blog Archivi - Sara Bardelli Architetto
10
archive,category,category-blog,category-10,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,ajax_fade,page_not_loaded,,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-4.1,vertical_menu_enabled,wpb-js-composer js-comp-ver-5.2,vc_responsive
 

blog

La progettazione come espressione culturale

A Genova crolla rovinosamente un viadotto autostradale, travolgendo la vita di tante persone e stravolgendo quella di moltissime altre. Immediatamente, sui social, si assiste all’espressione degli aspetti più neri della natura umana. Di “certi” umani, almeno. Perché mentre da un lato c’è chi scava, chi soffre, chi lavora a testa bassa, dall’altro c’è chi crea bufale ad arte per screditare l’una o l’altra classe politica, sfruttando il dramma del momento per uno scopo bieco: manipolare l’opinione pubblica. Questo imbarbarimento, questo continuo urlarsi addosso, questo ridurre la vita e la società a scontri frontali, a suon di proclami e fake news è l’ennesimo sintomo di una piaga che ci affligge da tempo: la mancanza di progettualità a lungo termine. Non siamo (più) capaci di progettare il nostro futuro, né tanto meno quello dei nostri figli. Ci attacchiamo come cozze al presente e basta: domani magari ce la potremo cavare in qualche altro modo, chissà, improvviseremo. Abbiamo perso la visione del futuro e il contatto con la realtà: se succede una disgrazia la prima idea che viene a qualcuno è quella di fare un video, non di chiamare i soccorsi. Se succede qualcosa, i bufalari professionisti si affrettano a mettere in giro la foto acchiappaclick di turno, per screditare la fazione politica avversa e, soprattutto, per portare soldi al proprio portafogli con gli ennemila click generati. Se non è una tuffa questa, non saprei come altro chiamarla. Una truffa che va a braccetto con tutta una serie di atteggiamenti culturali e sociali privi di prospettiva, come la corruzione ad esempio. Il corrotto intasca soldi per mangiare oggi, forse domani. Se ne frega di fare bene il suo lavoro: preferisce mangiare oggi che essere ricordato domani per il suo buon operato.
Ogni volta che succede una catastrofe, che sia un terremoto, un crollo improvviso o altro, ci ricordiamo a vicenda che dovremmo fare manutenzione, che dovremmo innovare le infrastrutture, che dovremmo consolidare sistematicamente i centri storici. Che potremmo investire sulla prevenzione anziché sui rattoppi post-emergenza, che in questo modo si creerebbe lavoro per tutti per decenni, anzi probabilmente per sempre. Ad ogni disgrazia torniamo a dire sempre le stesse cose, senza mai riuscire a farle. Passano gli anni, si succedono i governi uno dopo l’altro eppure nulla, assolutamente nulla viene fatto in questa direzione. E invece la progettazione dovrebbe essere l’espressione culturale più alta di una società che si comporta come un insieme, di una società che abbia a mente (e a cuore) la responsabilità delle proprie azioni e le conseguenze delle stesse. La visione a lungo termine è indispensabile per stare bene oggi e stare meglio domani. E permettere ai nostri figli, dopodomani, di stare ancora meglio.
Invece qualcosa si è interrotto, non so come e non so quando. E prima ancora di pretendere di avere un’espressione culturale occorrerà lavorare sul farsela, una cultura. È evidente che internet abbia una certa responsabilità in questo: in positivo e in negativo. Il lato positivo è la disponibilità e velocità di diffusione delle informazioni. Il lato negativo è che circolano altrettanto velocemente anche le mostruosità e le falsità diffuse da personaggi che modellano le menti più fragili, se ne fanno beffa, le masticano e le sputano senza che queste se ne rendano conto, contribuendo a fomentare odio e angoscia.
Il vaso di Pandora delle negatività umane è scoperchiato, e c’è chi tenta di naturalizzarlo.
Rifiuto con forza tutto questo.
Torniamo a pensare in lungo, in largo.
Torniamo a progettare.

Professionalità vuol dire per forza distacco?

La mia risposta è no, ma.

Mi spiego meglio.

Quando rispondo al telefono e mi viene dato del Tu (solo perché sono una donna) mi indispettisco un po’, semplicemente perché quando sono io a chiamare un perfetto sconosciuto gli do del Lei. Si chiama educazione. Poi, quando le circostanze lo consentono -e capita molto spesso- sono la prima a chiedere di darsi del Tu. È più semplice, si tribola di meno e si riesce benissimo a parlare di lavoro con la giusta dose di professionalità (e di leggerezza).

Poi però c’è un aneddoto che devo raccontare.

Diversi anni fa avevo l’abbonamento a un software per la contabilità di cantiere: un software noioso e antipatico, che serviva a svolgere calcoli noiosi e antipatici. Un bel giorno questa casa editrice decise di dare una svolta ironica al proprio parco prodotti e cambiò i nomi dei software sostituendoli coi nomi dei Sette Nani. Giuro che non è uno scherzo. Naturalmente il software rimase più o meno lo stesso (noioso e antipatico), ma doversi vergognare di avviarlo davanti a un cliente per il nome imbarazzante che aveva fu fatale: ciao ciao e passai alla concorrenza.

Qual è il punto? L’adeguatezza. Il nome dei Sette Nani non era adeguato a dei software per i cantieri o per la progettazione degli impianti, c’è poco da fare. Va bene tutto: va bene darsi del Tu, va bene presentarsi in modo originale, va bene distinguersi ma va meglio essere sempre e comunque appropriati alla circostanza. Nella costruzione dell’immagine di un’azienda non si può scivolare nell’errore di essere in-pertinenti. Millantare di essere qualcun altro sarebbe peggio, d’accordo, ma dare un’immagine sballata di sé è rischiosissimo. Sbagliare il tone of voice, cambiarlo in modo così drastico senza valutarne le conseguenze può fare seri danni. Non a caso esistono professionisti che aiutano le aziende a cercare proprio il tone of voice giusto in base al target e a tanti altri parametri importanti.

Quindi come si fa? Si affronta la costruzione del brand in modo strategico, con un progetto serio (anche quando ironico -vedi Taffo) e con la consapevolezza di dover intraprendere un percorso lungo, interdisciplinare e ricco di ostacoli, del quale solo l’utente finale potrà giudicare la buona riuscita.

Less is more? Enough is better.

Less is more è una delle frasi più usate e abusate nell’ambito dell’architettura, del design e dintorni. E a buona ragione. In questa semplice locuzione – bandiera di Mies Van Der Rohe, grande maestro del movimento moderno – c’è l’essenza delle cose migliori che possono esser create nel campo del design. Meno è più: semplifica, togli il superfluo, sfronda. E arriverai all’essenza.

Semplificare non è semplice: è un gioco di parole tanto vero quanto sottile. Semplificare senza banalizzare, senza impoverire, non è affatto semplice, perché presuppone una profonda comprensione del tema. Solo analizzando a fondo ed entrando nel cuore del nostro lavoro di designer, del nostro tema di studio, possiamo ambire a scoprirne l’anima e a rivelarla tramite la semplificazione.

Da poco ho partecipato a un seminario di Piero Babudro sul web copywriting e la scrittura creativa. Piero ha espresso e chiarito un concetto al quale credo profondamente. Semplificare, sintetizzare sono operazioni che servono a centrare il tema, ma il tema sarà davvero centrato quando avremo la sensazione di essere arrivati all’abbastanza, ad una compiutezza e completezza che ci soddisfano, a quel q.b. personale che può essere interpretato solo a sensazione, e che si basa sulla nostra esperienza. Allora ecco che less is more diventa enough is more: enough is better.

Nel lavoro di designer mi scontro spesso con un dubbio: sarò davvero arrivata al cuore del problema? Avrò centrato il tema? Cos’altro posso aggiungere/sottrarre? Questa decorazione è solo un vezzo o una necessità interpretativa? Sono domande che in verità non mi mettono in crisi, anzi mi fanno appassionare ancor di più a quello che sto facendo. Sono quei campanelli d’allarme che aiutano a tenere sempre a mente la finalità ultima del lavoro: appagare un’esigenza del cliente tramite un’interpretazione personale che si fondi su una solida base semantica.

 

 

Stile Coerenza

Stile e coerenza: le parole chiave per l’immagine di un’attività

Lo stile è tutto il complesso di elementi che caratterizzano qualcosa. Sembra semplice detta così. Eppure, avere un proprio stile è una delle conquiste più difficili e una delle più alte ambizioni per un brand, per un’attività commerciale, per un professionista.

Per sperare di costruirsi un proprio stile occorre innanzi tutto avere chiaro il percorso da fare. Partire da un’idea, valutarne la fattibilità, individuarne il target, progettarne l’immagine, posizionarla nel mercato, promuoverla nei giusti canali. La progettazione dell’immagine sta nel mezzo: è un cardine intorno al quale ruota tutto il resto e dal quale dipende gran parte del successo di un’idea. La costruzione dello stile, dunque, è un momento cruciale del percorso ed è essa stessa un percorso nel quale non sono ammessi inciampi o scivoloni.

Lo stile è il modo di esprimersi del tuo brand: è la tua individualità, è il tuo segno distintivo. Deve essere memorabile e diretto, deve essere costante nel tempo o, in alcuni casi, deve riuscire a modificarsi rimanendo riconoscibile. Deve essere coerente. La coerenza è la connessione interna fra le parti, è la concordanza fra quello che dici e quello che fai, è l’assiduità con cui batti sempre sugli stessi punti, è la capacità di non contraddirti.